Ti mostro alcuni estratti di poesia sufi dove il linguaggio dell’amore, anche in forma apparentemente omoerotica, è in realtà usato per parlare dell’amore divino.
Rūmī (XIII sec., Persia/Turchia)
Il grande poeta sufi di Konya scrive spesso di un “amato” maschile, che può sembrare un giovane bello, ma che in realtà è Dio stesso o il maestro spirituale (shams = sole):
«Ovunque guardi vedo solo il Tuo volto:
nelle fanciulle e nei giovani,
negli alberi e nelle montagne,
nei torrenti e negli uccelli,
nella notte e nel giorno.
Non conosco altro che Te.»
Qui il linguaggio amoroso (anche rivolto a giovani uomini) è una finestra sull’unità divina.
Ḥāfeẓ (XIV sec., Persia)
Hāfeẓ, spesso letto anche in chiave omoerotica, canta il giovane coppiere (saqī), che offre vino e fascino:
«Il volto del coppiere brilla più del sole,
la sua bellezza brucia il cuore dei saggi.
Ma dietro a quel volto, io vedo
lo splendore di Dio che si rivela.»
Il “coppiere bello” è al tempo stesso figura concreta e simbolo della grazia divina che inebria l’anima.
ʿUmar Ibn al-Fāriḍ (XIII sec., Egitto)
Chiamato il “principe dei poeti mistici arabi”:
«Ho amato di un amore tale che se tutto l’universo
lo provasse, si consumerebbe.
Non distinguo più tra amato e Amante,
perché nell’Amore siamo Uno solo.»
Qui non c’è genere: l’“amato” è l’Assoluto, oltre ogni identità sessuale.
👉 Quindi: nella poesia sufi, il linguaggio dell’amore carnale viene spesso usato per indicare un amore spirituale, e questo ha permesso a certi autori di esprimere anche sentimenti omoerotici sotto una veste mistica.
Vuoi che ti raccolga un paio di poesie integrali, tradotte in italiano, così da avere un piccolo “mini-antologia” di testi sufi a tema amoroso?


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